Alpe Adria, dove il mare Adriatico si incunea nel cuore dell’Europa lambendo l’estrema propaggine meridionale delle Alpi Giulie. Qui sorge Trieste, porto unico per storia, tradizione e status giuridico. Per 536 anni parte fondamentale dell’impero Asburgico di cui era il grande emporio marittimo. Un porto tra i primi a livello mondiale. Poi nel 1918 l’arrivo dell’Italia fascista a seguito della dissoluzione dell’impero austroungarico e l’inizio della decadenza economica e sociale. Annessa al Reich tedesco dal settembre del 1943 fino al maggio del 1945, venne riconosciuta nel Trattato di pace del 1947 come Territorio Libero di Trieste (TLT).
Era nata una nuova nazione indipendente nell’Europa che doveva risorgere dalle rovine della guerra. Una nazione sorta attorno allo strategico porto di Trieste pilastro per la ricostruzione europea del dopoguerra. E infatti Trieste e il suo porto diedero un contributo importante per la rinascita dell’Europa abbattuta dall’immane disastro bellico. Tra il 1947 ed il 1954 la nuova giovane nazione con il suo porto internazionale finalmente “libero” dall’asfissiante controllo italiano venne amministrata dal Governo Militare Alleato (GMA) e divenne un’arteria vitale per i rifornimenti ai popoli del Centro Europa. Trieste confermò così la sua appartenenza a quella mitteleuropea da cui era stata dolorosamente distaccata per esigenze di politica internazionale nel 1918.
Proprio negli anni del GMA il porto di Trieste, a conferma della sua formidabile posizione geografica e delle sue uniche - a livello europeo - caratteristiche di Porto Franco internazionale, stabilì i record storici di traffici marittimi. Per il più giovane Stato europeo si prospettava quindi un radioso futuro. Ma tutto terminò nel 1954 con l’affidamento dell’amministrazione del TLT all’Italia, deciso anche in questa occasione per ragioni di realpolitik internazionale.
L’Italia avrebbe dovuto continuare la buona amministrazione del GMA, questi gli impegni internazionali. L’Italia cominciò invece subito l’opera di demolizione della costituenda nazione indipendente con una massiccia e forzata immigrazione di lavoratori in massima parte provenienti dall’Italia meridionale. Tutte le amministrazioni pubbliche vennero messe sotto controllo con l’utilizzo delle vecchie e recuperate strutture del regime fascista. Sotto questa spinta nazionalista dovettero emigrare 40.000 triestini. Un’intera generazione cancellata: quella che avrebbe dovuto costruire il nuovo Stato indipendente. E pulizia etnica fu fatta nel silenzio disinteressato dell’ONU che del Trattato di pace era il garante.
L’annessione fu poi completata con il Trattato di Osimo, accordo bilaterale tra Italia e Jugoslavia che nel 1975 sancì la spartizione del TLT. Sotto l’illegittima amministrazione italiana (il memorandum di Londra del 1954 con cui USA e GB lasciavano l’amministrazione all’Italia non venne mai ratificato dalle nazioni firmatarie il trattato di pace) il porto crollò nei traffici venendo relegato a scalo combustibili con riduzione, sospensione e tentata soppressione del regime di porto franco, e il territorio di Trieste utilizzato come discarica di Stato: una triste fine per quella che avrebbe dovuto essere una delle principali zone di sviluppo economico mondiale.
La città giuliana divenne quindi il feticcio di una nazione sconfitta, il simbolo della cementazione di quello Stato unitario risorgimentale edificato peraltro sugli interessi delle potenze straniere, più che sulla volontà popolare. Anche in questo caso la potenza egemone di turno (USA) garantì questo patto al di fuori della legalità internazionale per mantenere i precari equilibri dell’Europa postbellica. E così Trieste venne nuovamente sacrificata.
Ma i trattati internazionali non si possono cancellare. E la storia ora ritorna con il vento delle spinte autonomiste che aleggiano nella nuova Europa dell’UE travolta da una crisi economica epocale. La mai nata nazione indipendente di Trieste potrebbe diventare un polo attrattivo per i grandi investimenti internazionali sfruttando il proprio status di porto franco internazionale con zone extradoganali per gli insediamenti produttivi: una Singapore europea. Non occorre far altro che ripristinare la legalità internazionale per riavviare un motore formidabile per lo sviluppo dell’intera area di Alpe Adria.
Il Trattato di pace del 1947 tuttora in vigore attribuisce alla nazione riconosciuta Territorio Libero di Trieste un proprio sistema monetario (art. 30 allegato VI), proprie leggi e un autonomo sistema giudiziario. I cittadini del TLT hanno diritto a vedere rispettati i diritti e le libertà fondamentali secondo la carta dell’ONU e non possono essere giudicati nella propria giurisdizione con le leggi di un altro Paese (art. 4 allegato VI Trattato di Parigi). Il Territorio Libero è esente dal pagamento del debito pubblico italiano (art. 5 allegato X). Le tasse quindi non possono essere pagate a chi amministra il TLT se non per essere investite nel TLT. Nessun esattore di uno Stato occupante può sottrarre i beni ai cittadini del TLT. Lo stesso vale per gli introiti del Porto Franco Internazionale di Trieste che a livello annuale, pur con la pedestre gestione italiana, ammontano a circa 2,5 miliardi di euro e che ora prendono la strada di Roma.
Questi sono solo alcuni dei diritti riconosciuti (e violati da Roma) a Trieste. Diritti il cui rispetto viene ora richiesto anche direttamente dai cittadini del TLT che si trovano - ad esempio - ad essere giudicati illegittimamente dall’autorità giudiziaria italiana “nel nome del popolo italiano”.

